Dieci anni fa esatti (era il 10 maggio del 2016) usciva “Inseguendo quel suono”, il libro autobiografico di Ennio Morricone, scritto insieme ad Alessandro De Rosa. Il libro è giunto ormai alla sua sesta edizione ed è stato tradotto in molti paesi. Ennio Morricone gli era molto affezionato e si era speso per realizzarlo e presentarlo. Per ricordare questi 10 anni abbiamo chiesto al co-autore, Alessandro De Rosa di raccontare la genesi e il senso di quella autobiografia a quattro mani, che ha voluto innanzitutto riportare il giudizio dello stesso Maestro sul libro.
È curioso osservare e riesaminare la propria vita attraverso un percorso del genere. A essere onesto non avrei mai pensato che lo avrei fatto. Poi recentemente ho conosciuto Alessandro, e questo progetto si è sviluppato così gradualmente e spontaneamente che io stesso ho ripreso contatto con i fatti che emergevano, quasi senza rendermene conto, man mano.
Oggi posso dire d’aver assunto nuove posizioni rispetto ad alcuni accadimenti, quelli che solitamente durante l’arco di una vita succedono e basta, senza avere il tempo di essere analizzati e messi in prospettiva. Forse questa lunga esplorazione, questa lunga riflessione, a questo punto della mia vita è stata importante e persino necessaria. E poi, come ho scoperto, entrare in contatto con i ricordi non significa solamente malinconia di qualcosa che sfugge via come il tempo, ma anche guardare avanti, capire che ci sono ancora, e chissà quanto ancora può succedere.
Si tratta senza ombra di dubbio del miglior libro che mi riguarda, il più autentico, il più dettagliato e curato. Il più vero. –
Ennio Morricone
(Tratto da: Inseguendo quel suono, di Ennio Morricone e Alessandro De Rosa, © 2016 Mondadori Libri S.p.A., Milano, per gentile concessione dell’Editore)
Con queste parole si apre Inseguendo quel suono. La mia musica, la mia vita, pubblicato da Mondadori Libri il 10 maggio 2016. Dieci anni fa. Arrivato a sei ristampe in Italia, tradotto nelle principali lingue del mondo e pubblicato nel 2019 anche da Oxford University Press, con preziose testimonianze di Bernardo Bertolucci, Boris Porena, Sergio Miceli, Luis Bacalov, Carlo Verdone, Giuliano Montaldo, Giuseppe Tornatore, John Williams, Quincy Jones, Pat Metheny, James Hetfield dei Metallica.
Ennio lo diceva sempre: «Se io sono l’autore del libro, tu sei il coautore del libro, insieme l’abbiamo fatto». E sebbene al centro di quest’opera ci sia sempre lui — la sua grande arte, il suo pensiero, la sua musica — il libro nasce da una relazione: perché, come spesso accade nella vita, è proprio la relazione ad aprire spiragli imprevisti e a condurci oltre noi stessi.
Tutto cominciò il 9 maggio 2005, quando riuscii a consegnargli un CD con le mie prime composizioni e una lettera scritta a mano in cui gli chiedevo di diventare il mio maestro. Avevo diciannove anni, ero un autodidatta. Lui ascoltò e il giorno seguente mi richiamò. Disse che avevo grandi qualità, ma che dovevo studiare composizione con un buon maestro. Lui non poteva farlo, ma mi diede dei consigli e, nel tempo, divenne qualcosa di più difficile da definire e forse più prezioso: una presenza, una misura.
Quando nel 2012 gli proposi di scrivere questo libro insieme, mi rispose: «Non ho tempo, ma cercherò di trovarlo. E da adesso ci diamo del tu». Quel passaggio dal lei al tu fu l’inizio di un’apertura che non avrei saputo prevedere. Un salto nel vuoto. Chi avrebbe mai pensato di dover scrivere un libro? Io certamente no. Alla base c’era una sproporzione reale: uno dei compositori più famosi al mondo e un ragazzo che non lo era affatto, sconosciuto, in parte anche a se stesso. Ma talvolta è proprio questa sproporzione a generare verità. Da lì cominciarono i nostri incontri, le conversazioni a casa sua, studio, riflessioni, telefonate, chiarimenti, ricordi, nuovi punti di vista… Morricone non era un uomo incline a sentimentalismi autobiografici. Componeva, non raccontava. Mi disse: «Lavora in libertà». Spesso mi tornava in mente Pier Paolo Pasolini, quando per la sua prima collaborazione con Morricone gli disse: «Faccia come crede». Ennio si commuoveva a raccontarmelo, e io con lui. Non era cortesia: era una prova. La libertà reale non protegge — espone. Costringe a cercarsi senza potersi nascondere dietro le aspettative dell’altro. Con Ennio ho vissuto qualcosa di simile. Non mi ha mai detto cosa scrivere, né come farlo. Mi ha dato responsabilità e insieme abbiamo costruito la fiducia l’uno nell’altro.
Durante il processo, lo spazio e il tempo di questo racconto ci raggiunsero in profondità: la scoperta che i ricordi non sono nostalgia, ma strumenti per capire dove si è ancora e dove si può ancora andare. L’immobilità dinamica: che prezioso concetto! La prospettiva. Alla fine, rilette le bozze, mi disse: «Alessandro, non ti sei limitato a sintetizzare il mio pensiero: nel rispetto di ciò che mi appartiene, delle mie radici, mi hai aiutato a portarlo oltre, a chiarire ciò che forse non mi era del tutto evidente e ad aprirmi a nuovi punti di vista». Era il migliore dei complimenti possibili.
Io porterò per sempre con me tutto questo: l’ho promesso a lui, l’ho promesso a sua moglie Maria, l’ho promesso a me stesso. Il titolo del nostro libro, alla fine, venne fuori proprio da una poesia che Morricone aveva scritto per lei. Per Maria:
Il suono della tua voce
coglie nell’aria
un invisibile tempo
immobilizzandolo
in un attimo eterno.
Quell’eco è entrata in me
frantumando i cristalli fragili
del mio sospeso presente
… senza ritorno.
Dovrò cercare futuro
inseguendo quel suono
io stesso disperata eco
a ritrovarmi.
(Tratto da: Inseguendo quel suono, di Ennio Morricone e Alessandro De Rosa, © 2016 Mondadori Libri S.p.A., Milano, per gentile concessione dell’Editore)
Quel suono non è solo musica: è una presenza che orienta e chiama. È un’intenzione che troviamo prima di agire. È amore, è dialogo, è vita. È un’utopia. Inseguirla forse significa accettare di non coincidere mai del tutto con se stessi, con l’altro — ma anche di non smettere di cercarsi. Fuori, dentro. Dopo il libro, la collaborazione non si è fermata e con Ennio ci siamo incontrati fino all’ultimo, fino a quando è stato possibile. E ancora ci cerchiamo.
Inseguendo quel suono, e più in generale il nostro lavoro infatti, non ha mai voluto chiudere o sintetizzare nulla, ma ritornare in contatto con un potenziale, ancora vivo. Mi ricorda ogni giorno che conoscersi è un processo condiviso, che nasce dal rispetto, dalla fiducia. Che anche il talento più singolare nasce da un ascolto. E che fare esperienza dell’altro è, in fondo, l’unico modo per fare esperienza di sé stessi.
Auguri a Inseguendo quel suono! Auguri Ennio!
Alessandro De Rosa