“Partenope” arriverà a dicembre, trentacinque anni dopo esser stata composta, a vedere la luce. Vanessa Beecroft, regista che si divide tra l’Italia e Los Angeles, si è assunta l’onere di affrontare questa sfida. “Partenope” è l’unica opera composta da Ennio Morricone è musicalmente complessa, come complesso è il libretto.
Quale è stata l’impressione che ha avuto ascoltando la musica di “Partenope” e quali emozioni ha evocato?
Ho sinora potuto ascoltare la musica una sola volta, durante la prima prova al pianoforte lo scorso giugno. Sono superstiziosa e preferisco riascoltarla quando si potranno sentire anche gli altri strumenti, perché temo di legarmi troppo al minimalismo e all’essenzialità di quella prova al pianoforte. L’impressione è stata di grande sorpresa e meraviglia. La sua artisticità: avanguardia e bellezza, non sono sempre in unisono. Una musica diversa da quella che conoscevo, astratta, sperimentale. Bellissima, difficile. Mentre il pianista cercava le note, scoprendole come un minatore nel buio, tutti noi eravamo in silenzio, non solo per ascoltare i suoni, ma per ascoltare quel messaggio che arrivava dal profondo dell’assenza di Morricone.
Il fatto che sia un’opera mai rappresentata e che arrivi su un palcoscenico dopo la scomparsa del maestro, rappresentano un problema o le hanno permesso di affrontare con più libertà la regia?
L’assenza dell’autore della musica dà una libertà rara, simile a quella che si ha quando si lavora per se stessi, senza limiti o inibizioni. Ma, dall’altra parte, c’è un timore, come nelle tragedie greche, di commettere un errore, con le conseguenze che questo implica. Lavorerò in assoluta libertà, guidata dal mio istinto e con il timore di non aver compreso la visione del maestro.
E’ un’opera in cui sulla scena sono soltanto donne e un solo uomo: anche questa è una “anomalia” rispetto alla tradizione operistica. Come l’ha affrontata?
Questo è un miracolo. Io forse non ho mai realizzato performance con uomini e donne nello stesso spazio. E quest’opera presenta un solo uomo, che viene trucidato. Non posso credere che quest’opera sia arrivata davanti a me così, e da un artista così grande. Quest’opera mi permettere di dire ciò che nel mio lavoro ancora non avevo espresso e viene dalla voce di un uomo.
Lei ha, nelle sue regie, dei tratti ben riconoscibili: un uso quasi pittorico delle presenze fisiche sulla scena, una capacità di far muovere i corpi degli interpreti. Come userà questi suoi “strumenti” nella realizzazione di Partenope?
La differenza tra la messa in scena di un’opera e quella della mia performance – opera d’arte – è che quest’ultima è meno legata ad aspetti logistici, durante la sua produzione sembra più libera. Ho provato un po’ di ansia nel leggere il libretto, perché è costruito sulla narrazione, mentre il mio lavoro nasce da un’immagine, di solito quasi immobile.
Come queste sue scelte di regia si intrecceranno nella complessa trama – musicale e narrativa – di “Partenope”?
Riducendo la narrazione, cerco di adattarla a un’immagine fissa, piatta, ma tridimensionale come una prospettiva rinascimentale. L’immagine, però, aspira a essere imbevuta della narrazione. Come quando si guardano i quadri e ci si perde nei dettagli delle immagini, così questi per me daranno cenni della storia. I librettisti sono stati molto aperti, e sono molto grata a loro per avermi concesso e confermato questa grande libertà di interpretazione.
In una recente intervista ha detto che già in passato aveva voluto affrontare delle regie d’opera senza che questo desiderio riuscisse mai a concretizzarsi. Ora siamo a questo “esordio” quale è il suo rapporto con l’opera e crede che “Partenope” sia solo l’inizio di una nuova sfida?
Il mio rapporto con l’opera nacque presto, grazie a mia madre, che ascoltava sempre l’opera, quella più tradizionale. Mi portò a varie rappresentazioni, soprattutto di Verdi, ciò che era rappresentato nei teatri. La domenica, invece della messa, andavamo all’opera. Poi a casa le cantavamo insieme. Ricordo quei lunghi pomeriggi seduta sulle sedie di velluto, ad osservare le immagini di cui non comprendevo o non seguivo la narrazione, ma percepivo la musica, le luci. Ricordo che non amavo la messa in scena né condividevo l’aspetto dei cantanti, e cercavo nella mia mente soluzioni per cambiarli. Mia madre poi mi raccontava le loro tragedie ridendo.
Le altre regie d’opera mi sono sempre state proposte nell’ambito di produzioni tradizionali, anche a Napoli, ma questa, è veramente la prima opera “tradizionale” su cui lavoro.