Che tristezza. Se ne va Gino Paoli, uno dei grandi della musica italiana, uno che ha cambiato tutto. Quando, all’inizio degli anni Sessanta mentre a Sanremo trionfava “Al di là” di Luciano Tajoli, Gino (e dopo di lui una intera generazione di cantautori) portava da un’altra parte la musica italiana. Era la rivoluzione dei cantautori che non solo in Italia si stavano affermando (era successo in Francia dove il rapporto poesia canzone è sempre stato molto ravvicinato) stava avvenendo negli Stati Uniti dove Bob Dylan riprendeva una tradizione della musica folk e d’impegno.
Gino Paoli con “Il cielo in una stanza” si era affermato quando arrivò al grande successo con “Sapore di sale”. Proprio per questa canzone – non solo una hit ma un vero caposaldo della musica italiana – incontrò sulla sua strada Ennio Morricone e ne nacque una collaborazione e una solida amicizia. Non poteva essere altrimenti perché tutti e due stavano sperimentando una vera e propria rottura con la tradizione della canzonetta. Per “Sapore di Sale” Ennio Morricone inventò quelle note di basso suonate col plettro, quegli accordi dissonanti di pianoforte, anche il sax di un allora giovanissimo Gato Barbieri.
Gli studi musicali di quegli anni stavano cambiando radicalmente. In un vecchio articolo di Repubblica, firmato dal compianto Ernesto Assante così alcuni protagonisti dell’epoca ricordano l’arrivo di Ennio Morricone nelle vesti di arrangiatore, “Quando Morricone giovanissimo arriva alla RCA, a Roma, chiamato da Vincenzo Micocci e Ettore Zeppegno, ha ventisette anni e molta voglia di fare: “Alla fine degli anni Cinquanta”, ricorda Zeppegno, “c’erano solo arrangiatori di servizio, a realizzare gli arrangiamenti era un batterista, dirigeva l’orchestra, era bravo a trovare i musicisti e veniva pagato per questo. Un giorno, però, ascoltai una base registrata con un arrangiamento magistrale e mi chiesi chi fosse stato a far suonare l’orchestra in quel modo. Seppi che era un giovane direttore d’orchestra e compositore che si chiamava Ennio Morricone”.
Quando, giovanissimo, arriva alla RCA, a Roma, agli stabilimenti di via Tiburtina, Morricone, chiamato da Vincenzo Micocci e Ettore Zeppegno, ha ventisette anni e molta voglia di fare: “Alla fine degli anni Cinquanta”, ricorda Zeppegno, “c’erano solo arrangiatori di servizio, a realizzare gli arrangiamenti era un batterista, dirigeva l’orchestra, era bravo a trovare i musicisti e veniva pagato per questo. Un giorno, però, ascoltai una base registrata con un arrangiamento magistrale e mi chiesi chi fosse stato a far suonare l’orchestra in quel modo. Seppi che era un giovane direttore d’orchestra e compositore che si chiamava Ennio Morricone”. E cominciarono così le mille canzoni arrangiate ogni volta con una idea innovativa da Ennio, in maniera talvolta spiazzante, con Paoli come con Vianello, con Rita Pavone come con Meccia.
“Ma a mio padre queste idee piacevano, le trovava geniali e gli esperimenti erano all’ordine del giorno. Con Morricone andava moltissimo d’accordo, era spesso a casa nostra a viale Liegi dove abitavamo, passava da noi sempre la domenica, prima di andare allo stadio a vedere la Roma”.
L’idea di Morricone – lo aveva ribadito sempre anche nel film a lui dadicato da Tornatore “Ennio” era quella di arricchire musicalmente ogni canzone, con una struttura musicale compiuta e affascinante ma anche ogni volta con un tratto ben distinto e nuovo. E “Sapore di sale” è certamente tra queste. La collaborazione e l’amicizia con Gino paoli sono durate nel tempo in maniera spesso affettuosa e ironica, come era nei loro caratteri.
“Con Morricone eravamo proprio amici – ricordava Gino Paoli nell’intervista con Ernesto Assante – La cosa che ho sempre trovato incredibile e buffa è che fosse stonato come una campana, quando provava ad accennare qualcosa con la voce non si capiva mai niente. Ma eravamo sincronici, non c’era bisogno di tante parole su quello che volevamo fare”.