Ecco il luogo dove lavorava Ennio Morricone. Una piena grande stanza di libri, dischi, cd e di tutte le sue passioni
Molti conoscono le sue leggendarie abitudini: ogni giorno sveglia alle 4 e mezza del mattino, un’ora di ginnastica a terra, una lunga camminata tra le mura di quella che era la sua casa all’Ara Coeli, e poi lunghe ore di lavoro chiuso nello studio.
Così ci si potrebbe immaginare quella grande stanza come un luogo quasi sacro, un “tempio”. E invece no. Quello studio somiglia a una fucina. È – oggi – ancora come lo ha lasciato lui, in una sorta di grande ordinato disordine. Una grande scrivania ingombra di riviste di scacchi. Di appunti, Saltano agli occhi, chissà perché, un cronometro un quadernetto con le pagine azzurre in cui stanno scritte semplici frasi apparentemente lontanissime da lui: “Hardware… Software… Modem… connessioni” con delle sintetiche spiegazioni. Ecco, una persona in là con gli anni che non smette di essere curiosa e vuole capire lo strano nuovo mondo che lo circonda.
Ovviamente per raccontare questa grande stanza potremmo partire dalle due statuette dorate degli Oscar (uno alla carriera, l’altro per il film di Tarantino “The Hatefull Eight” del 2015, tutti e due tardivi) che lui teneva su un ripiano in basso, O dalle librerie piene di premi, le maschere dei 2 Bafta gli Emmy, il Leone d’oro alla carriera della Mostra del cinema di Venezia, tanti David di Donatello che ci si potrebbe fare una squadra di calcio. Certo i premi sono un riconoscimento importante ma si vede che il cuore dei suoi interessi è altrove. È in quei faldoni grigi che racchiudono le partiture, ordinati secondo criteri che solo lui comprendeva appieno, in quelle grandi copertine telate nere che “nascondono” altre sue opere,
In giro, sparpagliate anche sui divani e sul tavolino, annotazioni, fogli di appunti insieme a una grande scacchiera, perché gli scacchi erano davvero una passione e lui, se aveva tempo, partecipava volentieri a “simultanee e tornei”, di cui conservava con qualche orgoglio gli attestati. E poi libri, spartiti riempiti solo a metà.
A terra, dietro la scrivania, una vera montagna di fogli da musica vuoti. Ma se li si guarda bene non sono davvero vuoti. Non ci sono le note ma sul margine di sinistra ci sono delle grandi parentesi quadre con su scritto gli strumenti per i quali le note stavano per esser annotate: archi, violoncello, oboe, ottoni, percussioni. Come se nella sua testa la musica si componesse già per una intera orchestra.
Ennio Morricone ha scritto e inciso moltissimo: una bella porzione della libreria è occupata da cd, centinaia con la scritta semplice “Morricone” e poi il numero, senza nessuna indicazione di quello che c’è dentro: una miniera ancora tutta da scavare.
Da uno scaffale escono, tenuti insieme da una graffetta, dei fogli: c’è la fotocopia del testo di una poesia di Edoardo Sanguineti e poi una composizione musicale. La poesia è intitolata “Ballata del lavoro”. L’ultima strofa recita così:
“con le due mani nati a lavorare,
nati con i due piedi a camminare,
con tutto il corpo nati qui a sudare
e ancora nati a ruscare e a sgobbare
e nati a faticare e travagliare
per questa scala ci impari a lottare
e fare fine a tutto il dominare
e, te con gli altri, tutti a liberare”
Per Sanguineti poesia e passione politica non erano parole lontane. e Morricone a questo “canto” ha aggiunto la sua musica per accompagnarne e illuminarne i versi.
Uscendo dallo studio è facile immaginare il maestro affacciato a una delle finestre. Alle sue spalle un’enorme messe di lavoro, di studio, di dedizione e di concentrazione. Davanti agli occhi la ripida scalinata che porta all’Ara Coeli e la “cordonata” che conduce alla piazza del Campidoglio col Marc’Aurelio a cavallo. Per lui, che veniva da Trastevere, e aveva un legame così profondo con la sua città, quella vista sarà stata carissima.